repubblica.it - 2019

Tutto il tempo in un quadro

Gregorio Botta

Mats Bergquist l’ha chiamato Dittico bianco: ma è un dittico asimmetrico e molto inusuale quello che espone nella sua mostra Rest alla fondazione Lercaro di Bologna. Ci sono una piccola tavola bianca appesa alla parete e un candido parallelepipedo alto 20 centimetri collocato a terra: è concavo in due punti, come se fosse predisposto ad accogliere chi si inginocchierà davanti al quadro, come se avesse sentito il peso di tutti coloro che si sono inginocchiati in precedenza.

È un’opera commovente, e racchiude tutti i temi della poetica dell’artista svedese, che tende a creare una certa silenziosa sacralità – priva di contenuti religiosi specifici – con i suoi lavori: un vuoto-pieno da cui emana il senso di mistero dell’esistenza. Di qui la scelta della monocromia, (bianco, nero, un tenue azzurro), dei formati (che spesso richiamano quelli delle antiche icone) e della materia, che è il legno e non è certo una semplice superficie di supporto. È un legno vivo, diventato concavo o convesso grazie al lento lavoro dell’uomo, alla perizia d’ebanista dell’artista. Così la pittura, strati e strati di pigmenti, levigati lentamente dalla cera dell’encausto, fanno vibrare il colore. Il bianco è un bianco caldo opalescente, che emana luce. Il nero nasce in realtà da un scurissimo viola, che cela inossidabili profondità.

Ogni quadro è una scultura e svela il tempo lungo con cui è stata creata, tempo contemplativo che racchiude in sé come uno scrigno. E un mistero sembrano racchiudere al loro interno anche la Drama, forme ovoidali in ceramica rake caratteristiche del lavoro dell’artista. La mostra a cura di Andrea Dall’Asta SJ e Elena Dal Molin (fino al 22 aprile) in forma diversa era già stata alla Galleria che affianca la chiesa di San Fedele a Milano, e qui a Bologna si adatta bene nel piccolo museo, che espone le opere raccolte da Giacomo Lercaro (arcivescovo di Bologna dal 1952 al 1968) e le molte altre che sono state donate.

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